Frammenti di vita in Africa


 
CARISSIMO OMERO
 
ormai ti riconosco da lontano per i tuoi versi che non sono proprio simili a quelli del tuo antico omonimo: i tuoi versi sono grida e pianto. Tua mamma è la pazza del villaggio capace d’inseguire la tua sorellina con un grosso bastone per tutto il quartiere e di massacrarla di botte e poi abbracciarla con paradossale tenerezza e piangere su di lei.
Tuo padre, pur avendo frequentato la scuola fino alla 3^ elementare e sapendo così anche parlare un po’ di francese, non può starti molto dietro perché da vari anni è cieco per la filaria. Ti ha dato un nome solenne forse augurandoti di passare alla storia, come è successo per l’autore che cantò di Ulisse e del suo coraggio: chissà…
Quando ti sento arrivare al dispensario un senso di disagio mi assale,  perché già mi vedo faccia a faccia con tua madre che non sa comporre un pensiero coerente e quindi che non mi aiuterà a capire cosa ti stia succedendo: i tuoi due anni non ti permettono ancora di spiegarti di persona e l’unica cosa che farai sarà di piangere e gridare in modo un po’ isterico quando ti palperò il ventre, ti aprirò la bocca per osservare la lingua, ti ausculterò i polmoni. Già ti vedo dibatterti come un pesciolino fuori dall’acqua e avvinghiarti come una piccola pianta rampicante a tua madre. So già che dopo una prima visita ti lascerò per qualche mezz’ora seduto fuori sulla verandina del dispensario per verificare la tua febbre, per vedere se tra l’altro hai anche la diarrea e per farti prendere almeno una tazza di latte zuccherato.
Cammini anche con una certa difficoltà, ma è molto bello quando ti vedo provare a correre, soprattutto perché la tua corsa ha una meta unica, chiara, precisa: tua madre.
Prego il tuo angelo custode perché ti sorregga su quelle tue due gambette striminzite, ma faccio a lui anche una preghiera per me: avere sempre davanti agli occhi (e nel cuore) con chiarezza il punto verso cui dirigere i miei passi, quasi calamitata, come te, Omero, da questa unica meta.
Grazie!