Arte & Liturgia


 
APPARIZIONE DI GESÙ
 
Caravaggio
 
Venne Gesù, a porte chiuse... e disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!».
 
L’arte in Grecia nasce dal desiderio di toccare gli dei. I Greci intuiscono che gli dei non possono che avere forma umana, perché nulla che influisca sull’uomo può esser meno di un uomo, anche se non ne condivide la mortalità. L’arte si slancia oltre la fallibilità umana per costruire lo spazio in cui santo e profano dialoghino, umano e divino entrino in relazione. Le statue di dei con la loro bellezza "di un altro mondo" sono il desiderio di pietra che l’altro mondo si occupi di questo. La bellezza si addensa attorno al culto di questi luoghi e immagini-soglia, in cui il dio si rende tangibile a dita profane.
Lo dimostrano corpi perfetti, che gli antichi scultori levigano, strappandoli a ferite e imperfezioni dei mortali. Eppure proprio mentre si alimenta la speranza di una vicinanza, si acuisce il dolore di una alterità totale al sudore quotidiano. Il profano viene ricacciato nel suo angolo, non è un Dio-con-noi.  Dio ascolta ieri come oggi l’invocazione umana e si fa gradualmente presente, fino a scavalcare i segni e i sogni umani, diventando tenera carne di bambino. Se Dio nella sua umanità ha fatto il falegname per trenta anni, la nostra umanità può essere pienamente divina nel quotidiano lavoro. La garanzia sono proprio quei segni "mortali" che non spariscono nel corpo glorioso del risorto e che il Tommaso che c’è in noi deve verificare.
 
Segni che Caravaggio dipinge con realismo evangelico . Non è un Dio che nasconde i segni del quotidiano con i suoi fallimenti, ferite, cadute. Non è un Dio scolpito nella perfezione sognata dell’arte, ma è la reale gloria di un corpo umano, fatto carne tessuta nel grembo di una donna e straziata dalla croce. Dal Natale in poi abbiamo l’alibi perfetto per non essere accusati di noia, stanchezza, fallibilità, ferite, perché la soglia non è più fuori dal tempo e dallo spazio, nella perfezione irraggiungibile, ma è riscattata qui, adesso, nel corpo, nella fatica, nel lavoro quotidiano, nella misura in cui lasciamo abitare dal divino la statua che siamo, fino a che la pietra diventi carne del divino per via di grazia.  Terra, profano, corpo, lavoro sono tutte dimensioni del santo, da quando il santo si è fatto terra, profano, corpo, lavoro. Se non ci riesce di viverlo è perché, come Tommaso, non abbiamo ancora creduto.