Arte & Liturgia


 
L'UOMO CHE VACILLA
 
(Alberto Giacometti, 1950, Zurigo, Kunsthaus)
 
E’ la figura di un uomo in procinto di cadere. Senza rumore né colore né sfondo. Senza dire nulla di lui, né di chi o di che cosa stia causando il suo crollo. A volte giova non avere notizie, per non dare colpe agli altri, alla società, a Dio. Non solo i nostri corpi, ma anche le nostre opere d'arte, i nostri edifici più belli e persino le più grandi invenzioni collettive, i nostri paesi e città. Tutti - persone, animali e cose - abbiamo una data di scadenza. Ed è inutile, guardando la statua, pensare che «non è detta l'ultima parola» o che «quell'uomo, di per sé, è sospeso e potrebbe sempre spiccare il volo»: la buttiamo sempre in ridere o in sogno quando vogliamo seppellire i cattivi pensieri. Potrebbe essere utile tenere, sulla scrivania o sul comodino, una copia di questa statua, dedicata - più che all'uomo forte - a quello debole. Un anti-monumento. O un nuovo tipo di monumento, se ammonisce che dai piedistalli si può rovinare a terra. Un’opera che, semplicemente, ci ricorda senza mettere angoscia, che siamo caduchi, che prima o poi, in qualche modo, perderemo - con l'equilibrio - la bellezza, il portamento, la sicurezza... e la vita. Il Vangelo, però, aggiunge un messaggio: Gesù infatti, dopo aver dato "istruzioni" in caso di sofferenze e persecuzioni, mette in guardia dalla possibilità di vacillare nella fiducia in lui.
Almeno la fede dobbiamo portarla in salvo. Per questo ci piace pregare con il Salmo 17 (16): «Tieni saldi i miei passi sulle tue vie / e i miei piedi non vacilleranno».  Pur vacillando, il bello dell'omino di Giacometti è in quel tenere ancora alto lo sguardo...