Arte & Liturgia


 
 
CRISTO CROCIFISSO
 
Mathis Gruünewald (1512-1516)
 
L’uragano è arrivato. Il vento terribile della morte sta aggredendo Gesù. Sua madre sembra cedere; sostenuta da Giovanni, bianca lei, rosso lui, formano insieme il calore di una fiamma che è sul punto di spegnersi. Sembra già di vederla inghiottita dalla notte nerissima che fa da sfondo. La Maddalena ai piedi della croce è già sommersa, inghiottita dalle acque del nulla. Le dita delle sue mani sembrano mimare, incrociandosi, l’urlo di quelle inchiodate sulla croce. Lassù esse sembrano delle pianticelle sradicate e capovolte verso l’alto: morte sicura. Laggiù invece sembrano l’ultimo disperato tentativo della Maddalena di frenare la morte, di tornare a galla, di credere ancora. Anche Maria tiene le mani nelle sue, ma esse si stringono in preghiera. Lei è tutta nel dono del Figlio che muore.
La corona di spine è forse la più potente macchina di guerra, di distruzione, diabolica fonte di dolore che l’uomo abbia mai immaginato. Inguardabile dal punto di vista psicologico, crudele dal punto di vista umano, desolante dal punto di vista religioso, è bellissimo dal punto di vista estetico.
 
 
La corona è un’architettura viva, un cespuglio di spine reso monumento, un campo di battaglia in cui un’invisibile lama di luce accarezza atrocemente le lance e le spade di morte che sono le spine. L’arte riesce a portare sul suo piano anche il male più brutto, la morte che ti ruba la madre, gli amici, il pane, la vita.
Da tutto un secolo Colmar, la cittadina che ospita questo polittico è la meta di artisti occidentali. Ci sono passati in tanti; alcuni per condividere il dolore della Madre, altri affascinati dalla notte nella quale Giovanni Battista veglia indicando con il dito l’Agnello immolato, altri guardando il calice e il Cristo che muore, pensando già al polittico che sta dietro, dove Gesù appare avvolto nel lino del Risorto.