Lectio del Mese


 
Lectio offerta dalla Equipe di Spiritualità dell'Istituto Suore di San Giuseppe

 
 
CONVIVIALITÀ
(At 2,46-47)
 
 
TESTO
Ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati.
 
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LECTIO
 
 
All’esplosione della Pentecoste, un big bang dello Spirito da cui nasce la chiesa, subentra la calma del giorno dopo. Questo ritratto della vita dei primi cristiani che troviamo nel secondo capitolo che il libro degli Atti dedica alla Pentecoste (quando lo Spirito discende sui molti che erano riuniti a Gerusalemme) trasmette immediatamente un senso di maestosa serenità, di concordia.
Se osserviamo i particolari di questo ritratto è come se tutto ruotasse intorno ad una grande voglia di unità. Voglia di stare insieme. Ma allargando lo sguardo all’intera narrazione l’unità che affiora a Pentecoste, ne siamo convinti, non è l’appiattimento, la massificazione, ma è una singolare unità che riesce a tenere insieme tante diversità.
L’entusiastica nascita della chiesa a Pentecoste non è il rigido e impositivo inquadramento dei credenti calato dall’alto. È qualcosa di diverso, di eccezionale che non cessa, duemila anni dopo, di incuriosirci: la potenza dello Spirito fa sì che le diversità anziché entrare in rotta di collisione sviluppano un fruttuoso confronto. Sicché da uomini e donne credenti - come è scritto - provenienti "da ogni nazione che è sotto il cielo" (v.5) scaturisce una comunione vera e profonda fondata su Cristo.
Questo sentirsi in comunione gli uni nei confronti degli altri e di tutti insieme con Dio fa sì che si condivida la mensa secondo il mandato di Cristo "fate questo in memoria di me" . E l’invito non prevede solo che si mangi insieme ma che insieme si preghi e si canti. La crescita della prima comunità cristiana è rapida. Luca, autore del libro degli Atti, sembra quasi correre dietro con il block notes in mano a questa tumultuosa crescita di cui annota diligentemente gli aspetti più evidenti: l’insegnamento, la comunione, la condivisione della mensa del Signore e il pregare. Le divergenze che pure esistevano tra i cristiani - si pensi alle tensioni tra Pietro e Paolo, oppure gli eccessi di entusiasmo carismatico - creavano, non di rado, situazioni complesse innervate da spinte contrapposte. Ma le diversità d’accenti teologici, che vediamo essere ben presenti nella prima ora del cristianesimo che nasce "plurale" - con una battuta scherzosa potremmo dire che Pietro e Paolo erano ante litteram uno cattolico romano, l’altro protestante - vengono ricondotte nell’alveo di una ricerca comune, condivisa. E non solo limitata agli aspetti spirituali o dottrinali.
 Sappiamo infatti che la chiesa primitiva volle mettere in comune anche i beni materiali dei singoli credenti. In questo stesso capitolo si afferma che: "Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti secondo il bisogno di ciascuno…" (v.44). Per noi è già tanto se riusciamo a mettere in comune i nostri beni spirituali, immaginatevi se dovessimo mettere insieme i nostri beni materiali...
 L’immagine che il testo biblico ci consegna non è un soffocare le divergenze di vedute, ma piuttosto sottolineare l’unicità della chiesa di Cristo. Quella chiesa che solo Dio conosce, sparsa nel mondo intero. E che si ritrova a condividere il pasto, prolungamento di quell’ultima cena a Gerusalemme. Quella sera a Gerusalemme in cui tutti i discepoli erano intorno al tavolo con Gesù. C’erano tutti anche Giuda, anche Pietro che aveva rinnegato più volte il Maestro. Lui stesso li volle tutti intorno a sé prima della fine che poi si rivelerà essere un nuovo inizio. Dio ci parla anche attraverso la tavola. C’invita ad una profonda comunione che si esprime anche nella condivisione del cibo. Il pasto condito da sguardi, da silenzi, da parole, ascoltare, gustare, è l’immagine di una fede domestica, conviviale. Che si nutre non solo del cibo ringraziando Dio, stabilendo con il cibo un rapporto non idolatrico o di rapina, ma di riconoscenza per ciò che ci è dato. Per nutrire il corpo, per nutrire lo spirito. In questa convivialità del cristianesimo della prima ora si avverte come il tasso di motivazione fosse altissimo - del resto si attendeva da un giorno all’altro il ritorno del Signore. La chiesa cominciò quindi a convivere con il ritardo di questo ritorno, e pesantezze e divisioni cominciarono a farsi strada. La storia anche tragica del cristianesimo la conosciamo. Ricordare ciò che il nascere della chiesa ci consegna significa rivivere. La dimensione della convivialità esprime una comunione sempre attuale, non solo spirituale, ma materiale. Le due dimensioni stanno insieme. Gesù era tacciato di frequentare beoni e mangioni, amava farsi invitare anche nelle case di gente poco raccomandabile: il suo evangelo non era solo per i suoi, ma rivolto a tutti. Alla sua tavola non c’erano esclusi. Tutti erano invitati.
Nel corso dei secoli abbiamo trasformato quella comunione di Gesù a tavola con i suoi una occasione di giudizio, di esclusione, di autoaffermazione dimenticando lo spirito eucaristico, di ringraziamento che l’ispirava e la collegava ai tanti pasti comuni. Abbiamo isolato ciò che occorreva lasciare dentro la lunga serie di pasti comunitari. Possiamo riscoprire questa dimensione perduta accettando l’invito a tavola di Gesù. Il suo invito, non il nostro. Non è la stessa cosa. Provare per credere.