Dentro il Carisma...


 
L'ALFABETO DI PADRE MÉDAILLE:
 
LAVORO
 
 
 
 
 
 
Su questa parola sono sicura che non c’è alcuna confusione.
Il lavoro è un dato dell’esperienza quotidiana, è l’ambiente nel quale trascorriamo tante ore del giorno, nel quale viviamo accanto ad altre persone collaborando con loro, oppure servendole con la nostra attività. Il lavoro ci consente di provvedere alle nostre necessità, di mantenere la nostra famiglia, di utilizzare e formare le nostre abilità, di creare relazioni di amicizia.
Lo sentiamo anche come fatica – se non proprio come castigo divino inflittoci all’inizio del tempo – come sudore della fronte, come impegno e responsabilità. Le suore si collocano anch’esse nel cuore di questa esperienza, che ai nostri giorni viene preferibilmente definita come  “impegno apostolico”.
Padre Médaille lo chiama frequentemente “attività”,  precisando che il lavoro non è fine a se stesso, ma  è sempre orientato alla “perfezione e salvezza delle anime” e condotto “in spirito e verità” (Lettera Eucaristica 49).
“Per meglio conseguire questo fine abbracceranno, nei limiti della loro condizione e del loro lavoro, tutte le opere di misericordia spirituali e corporali..:” (Regolamenti 18).
“…il lavoro necessario e il rapporto con la gente deve essere per loro abituale” (Regolamenti 19).
Fin dall’inizio della piccola congregazione, il lavoro era diversamente concepito a seconda della condizione di provenienza delle suore. Chi aveva delle rendite, “dedicava un tempo maggiore al servizio della carità”; altre con “l’assiduità del lavoro supplivano alla scarsità dei mezzi”; infine vi erano giovani di modeste condizioni, “che disponendo di risorse economiche inferiori alle precedenti, avevano a loro carico più lavoro e un tenore di vita meno costoso”.(Costituzioni 23-25). Questa disparità di condizioni era – all’inizio – una precauzione necessaria di fronte ad un avvenire ancora incerto, che impediva una completa vita comune e di conseguenza una effettiva comunione dei beni.
La storia riserverà altre pagine e anche il lavoro diventerà principio di sussistenza della comunità e anche motivo di condivisione dei proventi che ne derivavano. Ad ogni buon conto “le attività necessarie dell’apostolato” non devono avere la prevalenza sulla “vita interiore” (Massima 28). Nelle Massime, per una trasformazione del linguaggio, il lavoro si muta in “buone opere”, compiute non solo dalle suore, ma anche “da altri” (Massima 12).Quanta parte le “buone opere” abbiano relativamente al fine della Congregazione, lo desumiamo dalla precisione con la quale padre Médaille le modella:  “Lavorare per il prossimo con un amore molto disinteressato (55);  “Attribuirne la buona riuscita a Dio” e anche “ad altri” (16, 57, 59, 85);  senza desiderare “lodi e ricompense” (22); “lavorando senza precipitazione (60);  in modo ”diligente ed esatto” (65);  essendo anche “contente” del lavoro assegnatoci (71). Ma le suore non fanno tutto da sole, suscitano collaborazioni, intrecciano iniziative, collegano progetti già esistenti intorno a loro. In questo noi abbiamo qualcosa da imparare; pur  rifuggendo da ogni logica imprenditoriale, dobbiamo aguzzare la vista sulle strategie di comunione, che sono le strade serie e percorribili per la  globalizzazione delle “opere buone”.