Arte & Liturgia


 
 
IL SERVITORE SENZA CUORE
 
Nicoletta Bertelle
 
 
 «...perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello» (Mt 18,21-35).
 
Anziché "malvagio" o "spietato" (aggettivi che non spingono a immedesimarsi), sarebbe meglio definire "senza cuore" il servitore. Anche per ricordare che il cuore - cioè la misericordia - è, del perdono, un elemento essenziale. Pietro, invece, lo dimentica, ragionando con una logica di giustizia, che dà qualcosa se c'è un motivo, se è dovuta. Probabilmente - come tutti - lo ritiene un cedimento, una leggerezza, persino un'ingiustizia. E, soprattutto, una fatica immane. La spia della paura del perdono è la paura di darne troppo: per questo Pietro chiede a Gesù un tetto, un calmiere, come se il perdono potesse avere un limite. Così Gesù, alla domanda «Quante volte dovrò perdonargli?», dapprima controbatte con una cifra esagerata: non sette, ma «settanta volte sette». In altre parole, “sempre”.  Dato che l'apostolo pare intrigato dai numeri, ne propone qualcuno anche Gesù. Presentando - in tre personaggi - due creditori e due debitori (uno dei tre è debitore e creditore insieme). E mettendo a confronto due debiti, lontanissimi tra loro: uno enorme, l'altro minimo. Nella parabola il primo creditore rivuole la grossa somma prestata a un dipendente; poi, per le suppliche di quest'ultimo, decide di condonarla. Subito dopo, però, è il dipendente a entrare nei panni del creditore, quando esige, da una terza persona, la restituzione di una cifra assai più bassa. Pur avendo ricevuto un dono enorme, si rivela incapace di un dono minimo.  Chi prende uno per il collo, sente solo le ragioni della giustizia che, quando si limita a fissare dei prezzi da pagare non usa il cuore.  Quel «perdonerete di cuore» fa capire che non si può perdonare da arrabbiati, inghiottendo amaro o sentendosi a credito.