Dentro il Carisma...


 
CHINI SUI PIÙ PICCOLI
 
 
 
 
 
“Per essere aiutate nel desiderio di raggiungere la santità e mantenervi nella pratica delle più alte virtù, contemplate spesso le grandezze divine” (Massime di Perfezione, I,6)
 
Il codice di santità del Levitico, ma anche il Vangelo del Signore e infine questa Massima di Padre Médaille,  alzano subito il tiro del cammino cristiano, con un invito a desiderare la vita nella sua pienezza. Per quanto possa sembrare un appello prematuro e mozzafiato, l’orizzonte della santità è l’unico in cui si può iscrivere il cammino del discepolo di Gesù, non come impossibile meta irraggiungibile alle nostre forze, ma come realizzazione della nostra umanità secondo il desiderio e la grazia di Dio. Del resto, mentre noi siamo abituati a pensare alla santità ancora in termini molto “mondani — come un bel vestito che può adornare la nostra umanità e fare contento Dio — la parola di Padre Médaille, che sempre si appoggia al Vangelo, ci aiuta ad assumere una prospettiva molto più semplice, relazionale e concreta. Una vita bella e piena “nella pratica delle più alte virtù”,  cioè santa,  non si misura tanto in rapporto a misure eccezionali o opere straordinarie, ma all’attenzione verso l’altro, riconosciuto — al pari di noi stessi — bisognoso e capace di amore. Con poche parole, radicali, Padre Médaille porta fino alle estreme conseguenze questo sguardo di premura verso il prossimo, che è possibile solo se accompagnato da un costante sguardo sulle “grandezze divine”. E come ci immaginiamo queste “grandezze” dal momento che Cristo si è fatto il “più piccolo” di tutti noi?
 
 “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto  a uno solo di questi miei fratelli più piccoli,  l’avete fatto a me (Mt 25,40)
 
Difficile dunque dire se la Massima ci fa subito puntare gli occhi in basso oppure in alto. Forse le pieghe poco appariscenti del quotidiano sono il grande deserto in cui dobbiamo imparare a diventare discepoli. Il fatto che nel giudizio finale tanto i giusti quanto gli empi resteranno sorpresi di essere giudicati su qualcosa che non ricordano di aver compiuto od omesso, ci dice come la nostra capacità di voler bene debba diventare un’attitudine naturale e spontanea, di cui non si è sempre consapevoli. Un movimento che si compie senza troppo pensare, senza nemmeno avere l’intenzione di fare qualcosa di più rispetto a ciò che si sta semplicemente compiendo. La conversione al Signore non si realizza attraverso azioni con cui ci sentiamo o ci mostriamo più buoni, ma in gesti di restituzione di un amore ricevuto, compiuti senza sforzo e a partire da un occhio ormai abituato a volgere sguardo, attenzione e dedizione a ciò che è più piccolo. Perché è lì – forse – che si nascondono le “grandezze divine” che muovono le mani e il cuore  al “desiderio di raggiungere la santità e mantenervi nella pratica delle più alte virtù”.