Arte & Liturgia


 
SEDUTO A GUARDARE
 
(Lisippo, IV sec. a.C., Roma, Museo nazionale romano)
 
 
«Chi si umilierà, sarà esaltato».  Mt 23,1-12
 Non sarebbe difficile scovare – soprattutto nella scultura – chi parla e non fa, o chi carica gli altri di pesi e non se ne fa mai carico. Ma l’arte celebrativa è anche riuscita a esaltare chi si umilia, non chi si vanta, realizzando un monumento alla fatica, sia pure nello sport, un ambito in cui le parole contano poco o nulla.
Non si sa se il pugile seduto sia in una pausa della gara o alla fine, né se sia un vincente o un perdente: lo si percepisce stremato, col corpo segnato dalla durezza del combattimento, e fiero. Oltre che di sé, andrebbe aggiunto, fiero pure di chi lo ha scolpito: un antico con sensibilità da contemporaneo, che, disinteressato ai gesti atletici e ai momenti di gloria, ha deciso di eternarlo nella nobiltà del riposo. Dove non c’è solo la bellezza fisica, ma la bellezza che si sposa alla grandezza dell’aver lottato. Fosse anche uno sconfitto, quest’uomo comunica d’essersi impegnato a fondo, d’aver dato l’anima, d’essersi… umiliato.
È un’opera da mostrare agli arroganti, a chi vive in perenne autoesaltazione, a chi sostiene che «vincere non è importante, è l’unica cosa che conta». Inoltre può suggerire di non aver paura a rappresentarci ammaccati: dopotutto lo siamo anche noi, di tanto in tanto, al lavoro, in parrocchia, persino in famiglia. Sono momenti – forse più belli di una vittoria – in cui vale la pena sedersi, mai su un trono o in poltrona, e tirare il fiato. Riguardando la strada percorsa, riconoscendo gli errori, rimettendosi in forze per una nuova battaglia. A condizione che sia buona, come quella di San Paolo, atleta di Dio.