New


 
FARE FRUTTI DI CONVERSIONE
 
 
 
 
 
 
 
La società si sta preparando per tempo al prossimo Natale; addobbi nelle vetrine, mercatini di Natale, lucine nelle strade. Non si perde tempo. E noi? Per noi discepoli del Signore torna l’annuncio “Nel deserto preparate la via del SignoreFate un frutto degno della conversione!”
“Fate un frutto”, perché di foglie ne abbiamo già abbastanza, di chiacchiere e di urla non se ne può più. Dobbiamo fare un frutto, ne basta uno.
Papa Francesco ha indetto domenica scorsa la “Prima Giornata mondiale dei poveri”. E le motivazioni con cui spiega il perché di una giornata così, derivano proprio dalla costatazione, amara, che è sempre più accentuata l’opposizione tra le parole vuote che spesso sono sulla nostra bocca e i fatti concreti che ci si aspetterebbe da noi.
E cita l’esempio di Francesco d’Assisi che non si accontentò di abbracciare e di dare l’elemosina ai lebbrosi, ma decise di andare a Gubbio per stare insieme con loro. Per questo, scrive papa Francesco, Non pensiamo ai poveri solo come destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana, o tanto meno di gesti estemporanei di buona volontà per mettere in pace la coscienza… queste esperienze dovrebbero introdurre ad un vero incontro con i poveri e dare luogo ad una condivisione che diventi stile di vita.
Oggi si combattono i poveri, sorgono muri e si pagano denari perché vengano tenuti in condizioni da non turbare le nostre città, quando invece dovremmo combattere la povertà e non i poveri! Non ci piace il linguaggio bellico, ma si impone perché noi oggi siamo da quella parte del mondo che senza dignità e senza senso di umanità, decide che i poveri vanno combattuti e noi rimaniamo indifferenti.
La povertà è da combattere, quella che ci interpella ogni giorno con i suoi mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata. La povertà ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. Quale elenco impietoso e mai completo si è costretti a comporre dinanzi alla povertà frutto dell’ingiustizia sociale, della miseria morale, dell’avidità di pochi e dell’indifferenza generalizzata!
Queste dobbiamo combattere se vogliamo portare frutti di conversione. Uno che prega, che fa deserto, che abita nell’intimo della sua coscienza non può, una volta uscito dalla sua stanza, uscito di chiesa, vivere come un angelo fuori dal mondo. Entrare nel deserto e fare frutto di conversione: sono due imperativi che come le braccia di una croce dicono la verità della nostra condizione di credenti. Non per niente il cristianesimo ha per simbolo la croce che, anche materialmente, è la realizzazione, vissuta fino al martirio di due amori: quello del Padre e quello dei prossimo.