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GENNAIO, MESE DELLA PACE
 
 
 
 
 
Gennaio è il mese nuovo, l’affacciarsi di un anno che si presenta con il suo carico di incertezza e, insieme, di speranza. Un mese che simbolicamente si apre con la Giornata mondiale della pace, il primo, e si chiude con la Giornata della memoria, il 27 gennaio. Perché senza la memoria non può esserci nemmeno la pace.
Pace è parola dalla radice antica: il sanscrito pak, che vuol dire legare, unire. Perciò il tempo frammentato, l’accumulo di istanti slegati, la smemoratezza esistenziale sono nemici della pace. Serve tenere legate le dimensioni del tempo per essere capaci di stare uniti tra noi. Custodire viva la memoria del passato ci aiuta a illuminare il presente di luce nuova e a progettare il futuro. La storia va raccontata in un linguaggio che renda comprensibili, presenti, vivi i fatti anche a chi non li ha vissuti: la memoria è parte integrante dell’educazione delle nuove generazioni, per coltivare il senso di gratitudine che genera desiderio di impegnarsi, per continuare a farsi domande ed essere sensibili di fronte al dolore di oggi.
Un professore ci confidava: “Se vedo che un ragazzo non rabbrividisce quando gli parlo di Anna Frank, se non arrossisce quando gli spiego che i deportati erano costretti a denudarsi in pubblico, se non gli si illuminano gli occhi quando legge della liberazione di Auschwitz, allora l’ho già perso da subito. E quel brivido, quel rossore, quella luce negli occhi sarà a disposizione di altri, di quelli che oggi insultano Anna Frank avendo poi la spudoratezza di dire che era soltanto uno scherno, ma che fra pochissimo potranno passare ad altro, scendendo su quel piano inclinato di cui parlava Primo Levi e che porta al lager, o a qualcosa di peggio”.
Il richiamo ai fatti avvenuti all’Olimpico, quando l’immagine di Anna Frank è stata oggetto di scherno da parte di una società di calcio è chiaro. La riflessione di un docente, di una persona che opera nella scuola dove la Storia viene insegnata, ci invita a prendere le misure per contrattaccare, per far riaffiorare la memoria e  informare le nuove generazioni. Perché, per dirla con le parole del grande scrittore José Saramago, «noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità, forse, non meritiamo di esistere».