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VERSO UNA CHIESA CONMUNIONALE
 
 
 
 
 
 
Come coprire la distanza tra la Chiesa e l’uomo contemporaneo che è ferito, dolente e provato come noi? Diventando persone libere, disponibili, generose. Se oggi, in questa società frantumata, vogliamo suggerire qualcosa alle istituzione civili del mondo, dobbiamo rilanciare un modo di strutturarci, di governare, di dirigere, di gestire che è comunionale, includente, e che è una manifestazione di una realtà più profonda. Questa realtà profonda è il desiderio di una vita nuova, che animi l’edificazione di una Chiesa  bella. Dietro una Chiesa brava non s’incamminerà mai nessuno, ci faranno solo un applauso e basta. Ad attirare sarà piuttosto una Chiesa bella che dentro di sé, i suoi gesti, i suoi sguardi, le sue parole, fa emergere il Figlio e ancor di più il Padre. Sempre “mossi dallo Spirito Santo che è la vita come comunione”. Questi virgolettati, che riassumono il pensiero di tanti autorevoli autori spirituali contemporanei, ci pungolano e ci invitano ad una seria riflessione, perché la tentazione di mettere al centro del cuore e dei piani pastorali la struttura, l’istituzione, l’individuo in funzione di qualcosa da fare, è tremenda.  Ma l’individuo non può rivelare altro che se stesso ed è scandaloso far vedere al mondo che viviamo il cristianesimo come realtà individuale e non  come comunione del corpo di Cristo.
E’ proprio perseguendo la logica delle “cose da fare “ che intere realtà della Chiesa si sono inaridite, decadendo nel semplice impegno di pratiche religiose. Compito della Chiesa è far vedere al mondo cosa Dio fa di noi quando scorre attraverso l’umanità. Padre Médaille aggiungerebbe quel tocco qualificante del “lasciare che Dio agisca in noi”, che mette Dio e l’uomo nella giusta gerarchia. E’ proprio creando un tessuto di relazioni che includono l’altro che riveliamo la presenza del Padre in noi che abbraccia tutti. O ripartiamo da lì o le nostre giare continueranno ad essere piene solo d’acqua e non di vino. E’ il vino l’obiettivo finale, la gioia. Non l’uva. Dio continua a potare la sua Chiesa perché possa portare frutto. Noi invece siamo custodi gelosi del grappolo, perché questo ci gratifica, dice che siamo proprio bravi. Fermandoci a questa tappa, saltando il passaggio del torchio, evitando la sosta del mosto, non c’è vino per nessuno. Ci possiamo innalzare  in tante opere, ma il risultato sarà sempre quel grappolo bello che rimane solo. E alla fine marcisce. Insomma, solo se passa attraverso di noi questa vita di Dio, l’uomo è capace di portare il frutto che rimane, è capace di avvolgere il suo lavoro nell’amore che rimane in eterno perché torna al Padre: ciò che l’uomo può rivelare è la sua divino-umanità in Cristo. E il Padre è l’unico che può coprire la distanza che separa l’uomo perduto, peccatore, morto, da Dio vivente. L’uomo, da solo, non può farlo: tale capacità di Dio di raggiungerci è la stessa identità di Dio verso di noi e verso la creazione, cioè la misericordia.