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UNA CHIESA PIÙ BELLA CHE BRAVA
 
 
 
 
 
 
I primi dati dei questionari arrivati in Vaticano da tutto il mondo, in vista dell’Assemblea dei vescovi dell’autunno 2018, prospettano un ritratto variegato dei giovani credenti. Esprimono, inoltre, la percezione che nella Chiesa ci sia chiusura alla differenza, per questo alcuni non si avvicinano neanche. Un’istituzione che impone divieti non interessa i giovani; essi rivendicano un maggior protagonismo e chiedono di essere più responsabilizzati. Se i giovani  vivono in una notte di senso, è anche perché la generazione degli adulti, maschi e femmine dai 40 ai 55 anni, mostra che si può fare a meno della preghiera, del Vangelo e della vita sacramentale. È diffusa, infatti, in tutti, una visione dell’esistenza nella quale la relazione con il trascendente è una scelta privata che non si armonizza con l’identità dell’uomo moderno. Inoltre i giovani non si sentono il futuro della Chiesa e della società ma, chiedono alla Chiesa e alla società di essere considerati, invece, un presente che sia aperto al futuro. In che modo la Chiesa può annunciare l’evangelo a questi giovani oggi? È sufficiente una pastorale giovanile che – nonostante il considerevole impegno che produce, rimanga legata a pochi – bravissimi giovani, senza dubbio – disposti a dare una mano in oratorio o nell’animazione dei gruppi? Non è forse necessario andare anche oltre, uscire per collocarsi dentro la loro quotidianità, esserci come comunità cristiana negli ambienti nei quali essi passano la maggior parte del loro tempo? La grande sfida-opportunità della Chiesa oggi, sta proprio nel cercare di superare la difficoltà che hanno tutte le grandi istituzioni religiose a sintonizzarsi con il mondo giovanile. Accogliere tale sfida comporta darsi strumenti attraverso i quali, tutte le componenti della comunità attivino processi d’incontro, globali, inclusivi soprattutto con e per i giovani che fanno più fatica. Si dice che “fa più rumore un albero che cade, di un’intera foresta che cresce”. Intanto, però, giovani alberi continuano a cadere, spesso nel disinteresse. Non è sufficiente moltiplicare le opportunità di aggregazione. Non servono al bisogno il web, i social, i sistemi di comunicazione relazionale che portano con sé un numero crescente di insidie da cui guardarsi e che rappresentano una modalità di comunicazione ad alto rischio, per i navigatori poco consapevoli e non ben attrezzati. Non servono, perché sono opportunità illusorie di relazione.  Occorre fare esperienza di relazioni intergenerazionale, favorirle costantemente sia nella Chiesa sia nella società. Ai giovani si chiede la volontà di concedere un po’ di fiducia al mondo adulto. Al mondo adulto – complesso e non senza fragilità, specialmente per quanto riguarda le famiglie – la capacità di ricomporre i frammenti e di trasformarli in un disegno inclusivo che permetta di camminare insieme, che sia sempre rispettoso dei giovani, della loro libertà e identità e li stimoli al protagonismo. Forse è meglio una Chiesa meno brava in tutto, ma più bella, capace di cogliere le differenze, di accoglierle senza giudicarle; una casa umana ma non solo, in cui tutti si sentano capiti e aiutati a scoprire la propria strada.