Arte & Liturgia


 
IL BUON PASTORE

 

 
 
 «Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me… e do la mia vita per le pecore». Gv 10,11-18
 
Novantanove volte su 100, nell’immaginario di ciascuno quella del buon pastore, nell’arte, è l’immagine di colui che lascia 99 pecore sicure per cercarne una sola; e, dopo averla recuperata, se ne torna con lei in spalla o in braccio. Che cosa può giustificare il successo di tale immagine? Il lieto fine? Il fatto che ci si immedesimi nella pecora salvata? Il ricordo di come il pastore si faccia poi agnello? La sorpresa nasce dal fatto che, nei Vangeli, non si trova solo la versione della parabola della pecora perduta e poi ritrovata (Mt 18 e Lc 15). Gesù, infatti, utilizza il buon pastore come metafora per parlare di sé (Gv 10), mostrando una figura più articolata, capace di dire il suo legame strettissimo con ogni pecora e di ogni pecora con lui.  Eppure questa seconda immagine di buon pastore è assai rara. Forse per la presenza del gregge, che oscura la pecora singola? O perché presuppone un’unione duratura, ben più impegnativa – rispetto a un salvataggio occasionale – sia per il pastore che per le pecore? Per quanto la parabola citata da Matteo e Luca possa essere drammatizzata, con l’animale soccorso tra i rovi o sul ciglio di un precipizio, non c’è paragone con una guida che affronta il lupo: il pastore del Vangelo di Giovanni non si limita a fare una buona azione. Se è incapace di scappare davanti al pericolo come fa il mercenario, è perché ama i suoi e ne è riamato, difendendoli anche a prezzo della vita. E se viene percepito come bello, è perché si è consacrato alla cura e all’ascolto delle pecore.  Questo reliquiario in avorio, risalente all’ambiente e al periodo di Sant’Ambrogio, rappresenta, in modo sintetico, il contenuto del discorso di Gesù: il pastore che è anche porta, il gregge, il lupo e il mercenario che se la dà a gambe. Sono elementi giustapposti, che, pur non raccontando una storia, dicono la passione e la preoccupazione del Signore per i suoi. E, naturalmente, la felicità dei suoi nel restare legati a uno così.