Arte & Liturgia


 
L'ASCENSIONE DEL FIGLIO
 
 
 
 
«Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro...» (Mc 16,15-20)
 
Più che un librarsi in volo, nella lunetta e nell'architrave della porta viene rappresentata una tensione verso l'alto. Un'ascesi, più che un'ascesa, che ha qualcosa di unico, perché è di tutti: non solo di Gesù e degli angeli, ma pure di chi resta in basso.
Nelle Ascensioni dell'arte, è raro trovare le teste degli apostoli così piegate all'indietro per guardare in su. È un modo per far capire che la comunione del Figlio col Padre è partecipata con grande trasporto dall'intera Chiesa, non è un fatto a due.
E sebbene il ricongiungimento non venga mostrato, non c'è - nell'opera - chi non si senta rapito da ciò che sta per avvenire. È come se lo scultore romanico riproducesse il momento della Messa, all'inizio del prefazio, in cui il celebrante esorta ad avere «in alto i nostri cuori» e noi rispondiamo che «sono rivolti al Signore». Oppure il momento in cui, al Padre nostro, chiediamo «Venga il tuo Regno», per dirgli quanto lo desideriamo.
Va, tra l'altro, notato il particolare dell'unico con entrambe le braccia protese verso l'alto: è Gesù, che, come un bambino, vuol farsi prendere dal Padre.
C'è, infine, da rilevare un aspetto paradossale: il fatto che, a raccontare l'Ascensione, sia, tra le arti figurative, la meno adatta a rappresentare un'ascesa. O, detto in altra maniera, la più incline a far percepire la gravità, ad ancorare a terra. A meno che non si tratti di un effetto voluto, per ricordare che, pur potendo arrivare alle altezze di Dio, cioè a renderci santi, siamo chiamati a farlo assieme alle persone che ci sono poste accanto, nel tempo e nel luogo che ci sono stati dati da vivere. Prendiamo, insomma, questi bassorilievi come un invito a stare in cielo mantenendo i piedi per terra, nella certezza che il Padre e il Figlio sono sempre con noi e che con loro «ci vediamo dopo...».