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RIPARTIE DA GERUSALEMME
 
 
 
 
 
 
 
Il racconto della Pentecoste descrive una situazione che per molti versi ci è familiare: tante persone di lingue e culture diverse si ritrovano nello stesso luogo. Quello, prosegue il racconto bilico, è il luogo privilegiato dell’annuncio del Vangelo.
 Oggi siamo sempre più spaventati dall’arrivo di stranieri, spesso in fuga, che vengono ad abitare il nostro stesso luogo. Temiamo per la nostra identità. Abbiamo paura che le altre culture, e soprattutto le altre religioni, prendano il sopravvento e cancellino le nostre tradizioni, tradizioni molto spesso formali, folkloristiche, nelle quali non crede quasi più nessuno e che proprio per questo si rivelano molto deboli.
Un tempo, per annunciare il Vangelo alcuni partivano eroicamente e andavano a portare faticosamente, a volte maldestramente, l’annuncio cristiano in altri luoghi, lontani per lingua e abitudini. Oggi, paradossalmente, non abbiamo più bisogno di partire né di mandare persone scelte e coraggiose, disponibili per questo compito. Oggi i popoli vengono da noi. E questa situazione si trasforma inevitabilmente in un’occasione di evangelizzazione.
Non è fuori luogo chiedersi se non siano queste le rotte della nuova evangelizzazione: siamo in qualche modo chiamati tutti a mostrare con la vita ordinaria che cos’è il Vangelo. Forse è adesso che possiamo comprendere le tante espressioni di Gesù in proposito: vi riconosceranno da come vi amerete gli uni gli altri. Siamo davanti a una grande sfida, nella quale siamo diventati tutti missionari senza muoverci da casa nostra.
Certo, si tratta di un annuncio fragile, perché il Vangelo è una parola debole che non si impone: il Vangelo è annuncio di liberazione e non può essere imposto senza contraddire se stesso.  Nel giorno di Pentecoste i discepoli si fanno capire da chi parla lingue diverse, traducono il Vangelo affinché possa essere accolto in altre culture, trovano il modo di creare accoglienza e ospitalità. Oggi, non ci si capisce più. Le differenze diventano un ostacolo. Siamo sempre stranieri l’uno per l’altro e ogni volta che cerchiamo di capirci facciamo lo sforzo di ospitarci reciprocamente nel nostro mondo. Forse si sono fatti capire non attraverso la traduzione di categorie teologiche, ma attraverso modi di vivere che tutti potevano comprendere.
Quella prima evangelizzazione era cominciata non salpando i mari, ma rimanendo a Gerusalemme e accogliendo chi arrivava da lontano. Chissà se Dio non ci stia chiedendo oggi di tornare alle origini di quella prima evangelizzazione. E portare con noi quel Pane che oggi ci ritroviamo tra le mani (Corpus Domini) e quella Parola che tracciandoci il camino,  mai ci abbandona.