Frammenti di vita in Africa


 
CARISSIMA CHIOCCIA DELL'ANGOLO PIÙ BUIO,
 
ti assicuro che se non ci fossi stata tu, quel pomeriggio, in quella capanna invasa in modo angosciante da un odore terribile di carne in putrefazione, anch’io, come tutti, mi sarei arresa e sarei uscita forse senza più ritornarvi.
Tolto lo strato di medicamenti indigeni che ricoprivano la gamba di quel giovane uomo devastata da una piaga enorme, non ho potuto trattenermi dal volgermi verso il muro e chiudere gli occhi: come mettere mano alla pulizia di quell’arto che si sfaldava tra rigagnoli di pus?
Avevo voglia di urlare contro i famigliari che erano venuti a chiamarmi così in ritardo, di dir loro in faccia che quasi sicuramente non si sarebbe potuto far altro che un’amputazione, avevo voglia di alzarmi e piantar lì David che singhiozzava  spaventato lui stesso da ciò che vedeva.
 
Se davanti ad una scena così raccapricciante ho potuto provare a fare qualcosa a colpi di bisturi, disinfettante, antibiotici, ecc. ecc. lo devo sicuramente anche a te che dall’angolo più buio della capanna hai fatto sentire la tua voce alla quale hanno risposto i tuoi piccoli: quattro bellissimi pulcini si sono affacciati tra le piume delle tue ali e mi hanno ricordato la delicata potenza della vita.
Un pulcino, grande come un piccolissimo limone, mi è venuto vicino, mi ha beccato un paio di volte il sacchetto di cotone che avevo deposto accanto allo sgabello ed è corso via. Lui è corso via, verso di te, ed io ho potuto restare.
 
 Grazie!
 
                                                        Suor Petra